Ita se n’er’a star: Insights for a Fourteenth-Century Tactus (Ita se n’er’a star e un’ipotesi sul tactus nel Trecento) (Part I)

Davide Daolmi

(English Translation: Giulia Accornero)

Since the end of the fifteenth century, mensural practice has relied on the use of a regular unit of time (tactus), generally bound to the semibrevis (S) and roughly set to the rate of a pulse.[1] But while scholars agree that mensuralism presupposes an isochronous articulation, little is known about the duration of such articulation. The shifting value of the unit of time—first the longa (L) in Franconian theory, then the brevis (B), and later the S—contributes to its ambiguity. A close study of Trecento sources and the transformation of notational practice, however, might reveal the existence of a shared pulse duration reasonably close to that of the body, a notion analogous to the later concept of tactus. The existence of a shared unit of time, however, does not preclude the performance of other tempi; these, in fact, would be understood as deviations from an ‘ideal’ condition, as in the later tactus theory.

A study of the mensural choices in Lorenzo da Firenze’s Ita se n’er’a star, together with a close reading of Trecento music theoretical treatises, suggests the existence of a tactus après-la-lettre. Ita se n’er’a star is a song transmitted in the Squarcialupi codex (Sq) in two different versions, the first one with the B as a temporal unit (SqA), the second using longer values (SqB).[2]

Some scholars have used the term longanotation to describe this rather common use of longer values to depict the same proportions; this terminology, however, is borne of a misunderstanding of the rules of Italian notation.[3] The case of SqB shows that the B, rather than being doubled, assumes different values in relation to the use of different divisiones. The use of different divisiones can be appreciated not only by comparing the same passage in the two versions, but also within different sections of SqB:

L’uso di un’unità di tempo regolare (tactus) in genere vincolata alla semibreve (S), più o meno corrispondente alla pulsazione sanguigna, è pratica mensurale che si riconosce a partire dal tardo Quattrocento.[1] Se una scansione isocrona è da sempre una prerogativa del mensuralismo, incerta è la durata di tale scansione. L’unità di misura che dalla longa (L) di Francone passa alla breve (B) e poi alla S, contribuisce all’ambiguità del valore di riferimento usato nella notazione nera. Tuttavia alcuni indizi e i modi con cui si trasforma la notazione nel Trecento, rivelano l’esistenza di una pulsazione di durata condivisa, assimilabile al successivo concetto di tactus, ragionevolmente vicina alla pulsazione sanguigna. Questo non esclude l’adozione di altri tempi ma, come per i secoli successivi, s’intendono opzioni che si allontanano dalla condizione ‘ideale’.

Il punto di partenza di quest’ipotesi, oltre a prendere in considerazione la trattatistica trecentesca, muove dal mensuralismo di Ita se n’er’a star di Lorenzo da Firenze, un caso emblematico trasmesso dal codice Squarcialupi (Sq) in due diverse versioni, la prima con unità di misura alla B (SqA) e la seconda con valori apparentemente raddoppiati (SqB).[2]

In merito all’adozione di valori più larghi, tecnica che si rintraccia più volte, è stato coniato il termine longanotation che tuttavia è un fraintendimento delle regole della notazione nera.[3] In effetti il comportamento di SqB non è di semplice raddoppio dei valori ma nell’utilizzo di B che, come nell’esempio, mostrano avere durate diverse in relazione all’uso delle divisiones. Tale differenza si verifica non solo fra una versione e l’altra ma anche all’interno della sola seconda versione (SqB):



While the term tactus did not exist at the time, I suggest that a similar notion was implied in the system of divisiones. This example, in fact, shows how a piece could feature Bs of different durations according to the divisio, and how those Bs are bound within a proportional system. The Bs in the quaternaria are not simply “quicker,” but  have 1/3 of the duration (as in measures 4, 7, 18-19, 22, 40-42) or half the duration in case of senariae imperfectae (m. 84). We could thus interpret this ratio in relation to a standard pulse (tactus) and thus determine their relative durations:

I teorici non collegano mai le divisiones italiane al tactus, perché il termine non esiste all’epoca, ma l’esempio mostra come si possano avere B di diversa durata in relazione alla divisio e che tali B siano vincolate da un rapporto proporzionale. Le B in quaternaria non sono semplicemente più rapide, ma durano 1/3 del tempo (altri casi: bb. 4, 7, 18-19, 22, 40-42) o eventualmente 1/2 in presenza di senariae imperfectae (b. 84). Se interpretiamo il rapporto in relazione alla pulsazione potremo quindi parlare di B in rapporto a quante pulsazioni (tactus) durano:



Clearly, SqA relies on three-tactus Bs of the divisio novenaria (octonaria in the refrain), while SqB features Bs of different divisiones (one tactus for the quaternaria, two tactus for the senaria imperfecta, three tactus for the novenaria).[4]

Music theoretical treatises of the time consider the B to have a different proportional duration according to its perfection (or lack thereof). The oldest treatise on Italian notation, the Ars music mensurate by Frater Guido, states that the perfect B is worth 3/2 of an imperfect B (“Tempus enim inperfectum deficit a perfecto ad minus in tertia parte sui”, Gallo 1966/b: 35); this is reaffirmed in Marchetto’ Pomerium (Sucato 2007: ii.1). However, both Wolf (1919/i: 287) and Apel (1942: vii) have expressed the idea that the divisiones were distributed within the very same B («unalterable value»). Their treatises, on the one hand, avoid explicitly addressing the issue of the Bs’ relative duration and, on the other, consider the duration of the Bs in the senaria perfetta (·p·) and imperfecta (·i·) to be the same, treating the two different divisiones as a matter of internal accents.

These scholars’ treatment of the relationship between the duration of the B and the different divisiones jeopardized the theorization of a fourteenth-century tactus based on the S.(If 2 Ss have the same duration as 3 Ss, the very principle of tactus falls apart.) Wolf’s and Apel’s interpretation, however, wasn’t completely unfounded, having been based on theories developed later than those of Frater Guido or Marchetto. Prosdocimo de Beldemandis discusses senariae of the same length (Gozzi 1995: 136). Possibly, these were the result of an early fifteenth-century adaptation of French forms, which favored the minim (M) as the unit of time for all the divisiones (with the exception of the ottonaria and duodenaria).[5] In other words, while Beldemandis claimed that perfect and imperfect Bs stood in sesquialter ratio, he considered the two senariae asamounting to the same value:

Appare a questo punto evidente che SqA utilizzi sempre B novenariae (nel ritornello octonariae), mentre SqB, mutando frequentemente divisiones, si ritrovi a usare B di tutte e tre le durate.[4]

La trattatistica è esplicita ne considerare B di durata proporzionale in riferimento o meno alla perfezione. Che la B perfetta duri 3/2 di un’imperfetta è infatti concetto già presente nel più antico fra i trattati di notazione italiana, l’Ars musice mensurate di Frate Guido («Tempus enim inperfectum deficit a perfecto ad minus in tertia parte sui», Gallo 1966/b: 35), ed è ribadito senza particolari novità nel Pomerium di Marchetto (Sucato 2007: ii.1). Tuttavia sia Wolf (1919/i: 287), sia Apel (1942: vii) hanno lasciato passare l’idea che le varie divisiones si distribuissero all’interno di una B sempre uguale a se stessa («unalterable value»). Oltre a non affrontare mail il problema della durata, i valori moderni di trascrizione ivi proposti lasciano per esempio supporre che una senaria perfetta (·p·) differisca da una senaria imperfecta (·i·) solo per la distribuzione degli accenti interni, non per la durata complessiva della B.

Questa interpretazione ha posto una forte ipoteca sia sull’esistenza di un tactus trecentesco, perché essendo in genere riferito alla S (ma in epoca successiva), applicato alla teoria trecentesca perdeva di senso: se 2 S potevano durare quanto 3 S il principio del tactus/S veniva a cadere. Le affermazioni di Wolf e Apel non erano del tutto infondate, ma si affidavano a una teoria più tarda, rispetto a Frate Guido o Marchetto. Di senariae con stessa durata parla infatti Prosdocimo de Beldemandis (Gozzi 1995: 136) quando nel primo Quattrocento, adottando di base le forme francesi, privilegiava la minima (M) come unità di tempo per tutte le divisiones ad esclusione di ottonaria e duodenaria.[5] In altre parole Beldemandis lasciava sesquialtero il rapporto di durata fra B perfetta e imperfetta, ma proponeva una corrispondenza fra senariae:



Gallo 1966/a was the first scholar to clarify that in music theoretical treatises before Beldemandis the Bs of perfect and imperfect senariae took a different duration. The anonymous Rubrice breves, for example, shows how the Bs amount to different durations according to the different divisiones: recto, minus and minimum: [6]

Fu Gallo 1966/a il primo a esplicitare che nella trattatistica precedente a Baldemendis le senariae avevano fra loro diversa durata, mettendo in luce che le anonime Rubrice breves calcolavano tempi proporzionali per eseguire le B, con tempi diversi in relazione alle divisiones, detti recto, minus e minimum: [6]



In the Rubrice one can clearly observe that the proportional relationship among the Bs relates to a single temporal unit of measure, a tactus of sorts, which could mediate between the French and Italian practice. This basic pulse corresponded to a S in the modus recto, 2 in the minus, and 3 in the minimum. According to this criteria, a S could last as much as a B since a ottonaria (2-tactus B) could be written as a double quaternaria (2B of 1 tactus each). I argue that the principles here described are the same we should use to interpret the two versions of Ita se n’era.

Le durate delle Rubrice mostrano chiaramente che i rapporti proporzionali fra le diverse B si relazionavano a un’unità di tempo, di fatto un tactus, che mette in relazione la pratica francese e quella italiana sulla base della pulsazione di riferimento sempre corrispondente a una S nel recto, 2 nel minus, 3 nel minimum. Pertanto, secondo questo criterio, una S poteva durare quanto una B, dal momento un’ottonaria (B da 2 tactus) poteva essere scritta anche come una doppia quaternaria (2 B da 1 tactus ciascuna). Il principio era quello applicato nelle due versioni di Ita se n’era.


[1] Gaffurio 1496: ii.3 (ed. 2017: 123-125). It is not helpful to consider the relationship between the tactus and the pulse to be solely metaphorical (as in Bonge 1982, and DeFord 2015: § i.7). Since Antiquity, phyisicans have established a strict relationship between music, rhythm, and blood pressure (Sairisi 1975).

[2] Ita se n’era (ca 1360) is particularly interesting because of its use of notational forms that were uncommon in times preceding the ars subitilior. See my interpretation in “La notazione sperimentale di Ita se n’er’a star” (2020); https://www.examenapium.it/lorenzo.

[3] The term longanotation, used for those pieces written in what seemed to be doubled values, suggests a shift of the time unit from the B to the L. Such a shift was justified as an application of French ars nova principles to the Italian notational system. Gozzi 1995, however, refuted this claim, arguing  that the terms longanotation is inaccurate insofar as the shift was illusory.

[4] The quick values (featured only in SqA) are not influenced by the duration of the B because this first piece uses only one kind of divisio. The notes with the arrow, for example, maintain the same speed no matter if they appear in the copula (tempus perfectum), or in the refrain (tempus imperfectum) (see my article cited in footnote 2). To think of them as portions of a B (as in Gehering-Huck 2004) would be to lapse again into the problematic assumption of a B of fixed duration.

[5] Minims within the divisio octonaria and duodeanria had to be performed «stricte», that is, at a faster pace (in sesquitera proportion); see Sartori (1938: 48) and more explicitly Gallo (1966/a: 92-94).

[6] Gozzi (2001: 15, 43) takes into consideration a slower alternative («morosa») of the tempus perfectum minus, corresponding to the quaternaria in Beldemandis (the Rubrice, in fact, are not explicit about the value of the quaternaria).

[1] Gaffurio 1496: ii.3 (ed. 2017: 123-125). Non aiuta considerare che la relazione fra tactus e pulsazione sanguigna sia solo una metafora (come in Bonge 1982, e DeFord 2015: § i.7). Il vincolo stretto fra musica, ritmo e battito cardiaco è sempre stato un punto fermo della fisiologia antica (Sairisi 1975).

[2] Il principale interesse di Ita se n’era (ca 1360) è nell’utilizzo di forme notazionali insolite in tempi precedenti l’ars subitilior. Ne offro una nuova chiave interpretativa in “La notazione sperimentale di Ita se n’er’a star” (2020); https://www.examenapium.it/lorenzo.

[3] Il termine, utilizzato per quei brani apparentemente scritti in valori doppi, suggerisce uno slittamento dell’unità di tempo dalla B alla L, slittamento di fatto inesistente, e che si assocerebbe all’applicazione di principi francesi all’ars nova italiana. L’uso improprio del termine longanotation è stato ben argomentato da Gozzi 1995 che esclude l’imitazione del sistema francese.

[4] I valori rapidissimi inventati da Lorenzo (presenti solo in SqA) non sono influenzati dalla durata della B. Le note a freccia, ad esempio, conservano sempre la stesa velocità (cfr il mio articolo cit. a nota 2) sia che compaiano nella copula (perfetta), sia nel ritornello (imperfetto). Pensarli come porzioni di B (come Gehering-Huck 2004) significa ricadere nell’equivoco di una B di durata fissa (cfr il contributo cit. a nota 2).

[5] In effetti le minime di ottonaria e duodenaria dovevano essere eseguite «stricte», cioè più rapide (in rapporto sesquiterzio); cfr Sartori 1938: 48, e più chiaramente Gallo 1966/a: 92-94.

[6] Gozzi 2001: 15 e 43, prende in considerazione un’alternativa un po’ più lenta («morosa») del tempo perfectum minus che corrisponde alla quaternaria di Beldemandis (in effetti le Rubrice non sono esplicite sulla quaternaria).

Continuation: Part II

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